Gioia d’esser stati


Gioia, sì, d’esser stati —
un fruscio appena, nel friabile giorno,
nel punto dove la luce si sfrangia
e il passo inciampa nella sua eco.

Essere stati:
un filamento d’aria, un quasi-nulla,
il tremito che il vento porta
tra siepi, rovine, semi dispersi.

Ed eppure qui, qui ancora,
nella voce che si smargina,
nella sillaba che s’attarda a dire io,
c’è un mondo che vibra, si schiude,
si lascia respirare.

Gioia – minuta, sparpagliata –
dell’essere passati,
del restare in tracce non nostre,
in foglie che non ci ricordano
e tuttavia ci custodiscono.

Gioia, sì, d’esser stati,
nel quasi, nel fratto,
in questo pulviscolo di essere
che già si perde
e pur continua a cantare.

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